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Accertamenti nei confronti di srl a ristretta base societaria

E’ purtroppo prassi consolidata da parte dei verificatori della Agenzia delle Entrate, quando effettuano accertamenti fiscali nei confronti di srl a ristretta base societaria, duplicare l’accertamento accollando anche ai soci il maggior reddito, presumendo che lo stesso sia stato ripartito tra gli stessi.
Tale prassi è particolarmente scorretta in quanto di fatto equipara una società di capitali, che contempla la responsabilità dei soci limitatamente al capitale conferito, ad una società di persone che invece comporta una responsabilità solidale e illimitata tra la società e i soci.
Tale impostazione è stata ampiamente criticata in dottrina poiché fa scaturire da una prima presunzione (il maggior reddito evaso, che però diventa tale solo dopo il passaggio in giudicato) una seconda presunzione e cioè che tale reddito sia stato distribuito in nero tra i soci, violando così il divieto della doppia presunzione previsto dal nostro ordinamento.
La applicazione corretta della presunzione prevede infatti che un fatto ignoto possa essere desunto da un fatto noto: se in un bosco vedo elevarsi una colonna di fumo posso legittimamente presumere che vi sia un incendio.
La suddetta prassi fiscale purtroppo è stata ormai recepita pacificamente dalla giurisprudenza che con numerose sentenze ha validato l’operato del fisco.
Per aggirare la illiceità della doppia presunzione, la giurisprudenza sostiene che il fatto noto da cui discende la presunta distribuzione di utili in nero non è il maggior reddito accertato ma la composizione ristretta della base societaria.
Tale composizione ristretta (fatto noto) stabilirebbe una “complicità” tra i soci che legittimerebbe la distribuzione del nero tra gli stessi (fatto ignoto presunto).
Si noti lo sgradevole utilizzo del termine “complicità” che equipara i soci della srl ai componenti della Banda Bassotti e li immagina intenti a dividersi tra loro il bottino delle malefatte evasive facendosi beffe del fisco!
Purtuttavia la consolidata giurisprudenza della Corte di Cassazione ammette la prova contraria e cioè il socio può provare di non avere percepito utili in nero.
Si pensi ad esempio al caso in cui il maggior reddito riveniente dalla evasione fiscale sia stato intascato da un amministratore disonesto, ma nella maggior parte dei casi questa prova negativa altro non è che una probatio diabolica per i malcapitati soci.
Di recente la AIDC (Associazione italiana dottori commercialisti ed esperti contabili) ha preso in esame questa problematica, cercando di mettere un po’ di ordine alla materia.
La associazione sostiene a ragion veduta che tale presunzione non possa essere applicata sic et simpliciter e ribadisce che la stessa non è applicabile nei casi in cui il maggior reddito imponibile accertato in capo alla società non implichi una comprovata esistenza di corrispondenti disponibilità finanziarie occulte.
E cioè solamente i casi in cui la società non abbia registrato ricavi in nero o abbia contabilizzato costi inesistenti, che sono poi le sole fattispecie che possono consentire la formazione di risorse finanziarie occulte.
Se il maggior reddito accertato in capo alla società, infatti, è attribuibile a recuperi fiscali che non hanno comportato movimentazioni finanziarie occulte quali ad esempio gli accertamenti da studi di settore, recupero di ammortamenti o accantonamenti non riconosciuti, costi effettivamente sostenuti ma ritenuti in tutto o in parte indeducibili, rettifiche dei criteri di valutazione adottati dalla società, violazione delle regole della competenza, reddito “virtuale” attribuito alle società di comodo, ecc. siamo in presenza di fattispecie che non consentono di accollare disinvoltamente ai soci il maggior reddito.
Infine la AIDC evidenzia correttamente che se viene accertato un maggior reddito di 100 in capo alla società lo stesso dovrebbe essere ribaltato ai soci al netto della tassazione gravante sullo stesso e nella misura in cui verrebbe tassato in capo al percipiente come dividendo e cioè nella misura del 49,72% se trattasi di partecipazione qualificata o addirittura sottoposto soltanto ad una ritenuta a titolo di imposta nella misura del 26% se trattasi di partecipazione non qualificata.
Inutile dire che il fisco di solito accolla sia alla società che ai soci l’intero importo di 100 con la conseguenza che il socio è poi costretto ad impugnare la pretesa erariale.

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