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Introdotti dei limiti alle indagini finanziarie

Il Decreto Fiscale n. 193/2016, convertito in legge, va a modificare le presunzioni derivanti dalle movimentazioni bancarie.

Attualmente è in vigore l’articolo 32, comma 1, n. 2, del Dpr n. 600/1973, il quale dispone che gli uffici possono invitare i contribuenti, indicandone il motivo, a comparire di persona o per mezzo di rappresentanti per fornire dati e notizie rilevanti ai fini dell’accertamento nei loro confronti, anche relativamente ai rapporti ed alle operazioni bancarie.
Se il contribuente non dimostra che ne ha tenuto conto per la determinazione del reddito soggetto ad imposta o che non hanno rilevanza allo stesso fine, i dati e le notizie sono posti a base delle rettifiche e degli accertamenti previsti dagli articoli 38,39,40 e 41 del Dpr n. 600/1973.
Alle stesse condizioni sono altresì posti come ricavi o compensi a base delle stesse rettifiche ed accertamenti, se il contribuente non ne indica il soggetto beneficiario e sempreché non risultino dalle scritture contabili, i prelevamenti o gli importi riscossi nell’ambito dei predetti rapporti od operazioni.
La Corte costituzionale - in ordine ai prelevamenti bancari eseguiti dai lavoratori autonomi, con la sentenza n. 228 del 24 settembre 2014, ha dichiarato l’illegittimità della norma sopra riportata limitatamente alle parole “o compensi”, ritenendo che la presunzione posta dalla citata disposizione, con riferimento ai compensi percepiti dai lavoratori autonomi, fosse “lesiva del principio di ragionevolezza nonché della capacità contributiva, essendo arbitrario ipotizzare che i prelievi ingiustificati da conti correnti bancari effettuati da un lavoratore autonomo siano destinati ad un investimento nell’ambito della propria attività professionale e che questo a sua volta sia produttivo di reddito”.
In forza di detta sentenza, pertanto, non è più possibile l’equiparazione tra attività di impresa e attività professionale e pertanto è definitivamente cessata la assurda presunzione che qualificava i prelevamenti operati sui conti correnti bancari, come compensi percepiti dal lavoratore autonomo o dal professionista.
E’ quindi onere dell’Amministrazione Finanziaria, provare che i prelevamenti ingiustificati dal conto corrente bancario e non annotati nelle scritture contabili, siano stati utilizzati dal professionista per acquisti inerenti alla produzione del reddito, conseguendone compensi.
Tuttavia resta invariata, la presunzione legale di compensi in ordine ai versamenti effettuati dai lavoratori autonomi sui propri conti correnti, superabile comunque da prova contraria fornita dal contribuente.
Sul punto la Cassazione con sentenze plurime (Cass. sent. n. 16697/2016; Cass. sent. n. 26018/2014) ha affermato che il contribuente ha sempre la possibilità di dimostrare che gli elementi desumibili dalla movimentazione bancaria non sono riferibili ad operazioni imponibili, fornendo non una prova generica, ma analitica, con indicazione specifica della riferibilità di ogni versamento bancario, in modo da dimostrare come ogni operazione sia estranea a fatti imponibili.
Le modifiche apportate dall’emendamento al menzionato articolo 32, stabiliscono anche che i rapporti e le operazioni rilevano fiscalmente per importi superiori a euro 1.000 giornalieri e, comunque, ad euro 5.000 mensili.
Pertanto per i professionisti e per le imprese rilevano i versamenti non giustificati mentre per le sole imprese rilevano i prelevamenti non giustificati solo al superamento dell’importo di euro 1.000 giornalieri e, comunque, di 5.000 euro mensili.

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