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Prestazioni professionali gratuite

Capita talvolta che i verificatori del Fisco - invece di occuparsi dei veri evasori – vadano a caccia di redditi tanto inesistenti, quanto di comodo accertamento.

Il tema è quello delle prestazioni professionali gratuite che – come è di comune esperienza – sono una componente assolutamente connaturata a qualsiasi attività professionale.
Tutti sanno che se un professionista (avvocato, notaio, commercialista, ecc.) è amico o parente di un contribuente, o lo assiste per altre società dietro regolare compenso, è del tutto naturale che fornisca allo stesso prestazioni professionali gratuite per servizi secondari, come la compilazione di una dichiarazione dei redditi, ecc..
Il fisco invece ritiene che tutte le prestazioni debbano essere onerose e, in caso di assenza di fatturazione, procede all’accertamento.
Tuttavia la giurisprudenza nei casi che illustriamo di seguito, ha fatto giustizia di queste attività accertative infondate.
La prima sentenza è della Corte di Cassazione, la n. 21972/2015, con cui la Sezione Tributaria ha deciso, in senso favorevole al contribuente, il caso di un consulente fiscale colpito da un avviso di accertamento per maggiori imposte IVA, IRPEF e IRAP, basato su presunti compensi non fatturati e non registrati riferibili ad alcuni clienti dello Studio.
Nel caso di specie pure la Commissione Tributaria Regionale aveva dato ragione al contribuente, annullando l’avviso di accertamento, ma poiché l’Agenzia delle Entrate perseverava nella sua convinzione ricorrendo ai giudici di legittimità, la Cassazione sanciva il definitivo annullamento della pretesa fiscale in quanto la sentenza di secondo grado riportava una “motivazione congrua e non contraddittoria, plausibile, a fronte delle mere supposizioni dell'Ufficio erariale.
La gratuità dell'opera svolta dal professionista, in considerazione dei rapporti di parentela e di amicizia con gli stessi clienti, nonché del fatto che il 70% di tali soggetti risultano soci di società di persone, la cui contabilità è affidata alle cure del contribuente, per cui ogni eventuale compenso rientra in quello già corrisposto dalla società di appartenenza (e non è contestato che dette società fossero clienti del professionista e che le stesse non rientrassero nell'elenco, individuato dai verificatori, dei soggetti non paganti) e della circostanza, accertata oltre che pacifica, che l'attività svolta in loro favore riguardava soltanto l'invio telematico delle dichiarazioni dei redditi ed era finalizzata all'incremento della clientela, cosicché la semplicità della prestazione in sé rende verosimile l'assunto del contribuente circa la sua gratuità”.
L’altra sentenza di rilievo è la n. 365/04/2013 della Commissione Tributaria Provinciale di Cosenza, che ha accolto il ricorso di un Notaio destinatario di un avviso di accertamento per maggiori imposte a causa di una divergenza tra gli atti stipulati nell’anno e i compensi fatturati.
Questo caso ha addirittura del grottesco o del ridicolo in quanto i verificatori avevano recuperato a tassazione appena 27 atti a titolo gratuito su un totale di oltre duemila atti a titolo oneroso!

I giudici tributari hanno annullato il recupero a tassazione ribadendo che la presunzione secondo la quale i professionisti prestano la proprio opera a titolo oneroso, “è compatibile con la possibilità che un numero esiguo di pratiche vengano trattate gratuitamente”.
Tale conclusione è in linea con la costante giurisprudenza di legittimità secondo la quale l’inderogabilità delle tariffe professionali non esclude la possibilità della rinuncia al compenso, qualunque sia la ragione, in quanto la retribuzione costituisce un diritto patrimoniale disponibile (ex multis, Cassazione, Sezione Lavoro n. 20269/2010; Cassazione, Sezione 3°, n. 14227/2004).
Nel caso in oggetto, infine le prestazioni gratuite avevano inciso in misura irrisoria sull'attività professionale complessiva del notaio, costituendo appena l’1,3 % del totale delle prestazioni dell’anno.

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