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L’IVA è sempre obbligatoria anche se l’attività non c’è più

Il tributo secondo la Suprema Corte è comunque dovuto.

Le Sezioni unite della Corte di Cassazione con la Sentenza n. 8059/2016 del 21 aprile 2016 si sono pronunciate su un caso che non aveva precedenti giurisprudenziali pur essendo l’IVA esistente in natura (pardon in Italia) dal 1° gennaio del 1973.
Questa la vicenda che ha generato la singolare sentenza.
Un architetto aveva cessato l’attività e conseguentemente aveva chiuso la sua partita IVA.
Qualche tempo dopo la cessazione era riuscito ad incassare il corrispettivo di una vecchia prestazione professionale e aveva incassato il relativo importo - senza addebito di IVA - in quanto non sussisteva né il requisito soggettivo previsto dal DPR 633/72 e cioè l’esercizio di attività professionale, né il requisito oggettivo che considera le prestazioni di servizi effettuate al momento del pagamento, che - per l’appunto - cadeva in un momento in cui il percipiente non era più un soggetto IVA.
L’Agenzia delle Entrate non era però d’accordo e con un tempestivo avviso di accertamento presentava il conto al malcapitato chiedendo il versamento dell’IVA (che costui evidentemente non aveva né addebitato né tantomeno incassato) con relativo contorno di sanzioni e interessi.
Al poveretto non restava che ricorrere alle Commissioni Tributarie che, sia in primo che in secondo grado, gli davano ampiamente ragione, azzerando la pretesa tributaria.
Tuttavia si sa che il fisco è tenace e pertanto la controversia finiva in Cassazione dove le Sezioni Unite, con al sentenza di cui sopra, ribaltavano completamente le due sentenze conformi delle Commissioni Tributarie, condannando il meschino a pagare il conto, reso ancor più salato dalle spese di giustizia, che per i ricorsi in Cassazione sono particolarmente gravosi.
Vi risparmio il complesso ragionamento formulato dalla Suprema Corte che richiama tutta una serie di Direttive Europee e di Sentenze della Corte di Giustizia UE per concludere che l’IVA è dovuta per il semplice fatto che la prestazione è avvenuta in vigenza della attività professionale e pertanto l’imponibilità sopravvive anche alla cessazione dell’attività.
Aggiunge inoltre la Corte che il ciclo dell’IVA comprende la detraibilità dell’imposta assolta sugli acquisti che ha come necessario contraltare l’obbligo di versare l’IVA sulle prestazioni, al fine di chiudere il cerchio.
Alla luce di quanto sopra al povero architetto probabilmente conveniva non incassare più il compenso.
La Corte ovviamente non si cura degli aspetti pratici della sentenza che però non sono di poco conto.
Infatti colui che si troverà in futuro dinanzi a casi del genere dovrà affrontare una selva di adempimenti burocratici non indifferente (riapertura della partita IVA, fatturazione, ri-chiusura della partita IVA, versamento dei contributi previdenziali alla Cassa di Previdenza, Certificazione Unica, Modello 770, Modello Unico per redditi professionali, Studi di settore, ecc.).
Alcune considerazioni a questo punto si impongono.
La prima è quella che se il destinatario della fattura con IVA è un soggetto che può scaricarla, per l’Erario si tratta di un gioco a somma zero.
La seconda - gradita al fisco - vorrebbe che il professionista a fine attività fatturasse tutti i compensi ancora da incassare versando così subito tutta l’IVA dovuta anche se poi non la incasserà mai in tutto o in parte; avrebbe però la grande soddisfazione di avere chiuso il cerchio fiscale di cui sopra!
La terza è che piccole cifre non risulta conveniente affrontare tutti gli adempimenti burocratici di cui sopra, che hanno un loro costo, e pertanto sarebbe meglio rinunciare al compenso, costringendo purtroppo al digiuno anche il fisco.
La quarta e più grave considerazione è quella che un contribuente infedele potrebbe essere incoraggiato all’evasione - specie nel caso in cui il destinatario non possa scaricare l’IVA, come ad esempio un privato - incassando il corrispettivo in nero in cambio del risparmio di imposta da parte del cliente.
Si tratterebbe di un patto scellerato, in cui tutti ci guadagnerebbero all’infuori del fisco, che perderebbe sia l’IVA che avrebbe dovuto pagare il cliente che le imposte dirette sui redditi del professionista e per di più dovrebbe subire le beffe dei due spregevoli evasori collusi!

 

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